Cultura leva di cittadinanza: il report del worskhop del 12 aprile

By 18 aprile 2016Attività, Incontri

Report dell’incontro del 12 aprile dedicato a Cultura, inclusione sociale, comunità. Si tratta di una sintesi: le proposte progettuali saranno consegnate al candidato Sindaco Merola il 28 aprile (qui le info).

Eravamo ad Ateliersi, un atelier di produzione e sperimentazione artistica e uno spazio culturale e abbiamo cercato di dare risposta ad alcune domande molto complesse e che riguardano da vicino la nostra città.

La cultura è una leva per la cittadinanza, la collaborazione e la capacità di creare valore per Bologna‬, nei quartieri e nella città metropolitana: ci siamo chiesti come le istituzioni e la progettualità culturale della città possa sostenere la comunità.

Qui trovate le foto.

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Come far dialogare spazi e progettazione culturale per valorizzare l’architettura delle relazioni e la collaborazione? Come facilitare e invogliare l’accesso alle proposte culturali?

Quali competenze sono necessarie per innovare in questo settore? Quali suggerimenti trarre da iniziative che hanno innovato l’utilizzo di spazi pubblici? Quale visione e nuovo ruolo per gli spazi pubblici e le istituzioni culturali?

Durante la discussione sono emerse diverse parole chiave, una di queste è “ibridazione”. Un’altra è trasversalità.

Degli ambiti con l’abbattimento delle separazioni settoriali tradizionali, tra teatro, video, musica e tutte le discipline artistiche.

Degli attori coinvolti, attraverso la promozione di un maggiore scambio tra operatori, amministrazione, gruppi formali e informali.

Tra grandi aziende e piccole realtà, anche del sociale.

Dei servizi, portando ad esempio la cultura nei condomini di edilizia pubblica oppure affiancandola agli operatori dei servizi sociali.

Delle gerarchie, coinvolgendo i cittadini nelle scelte e nell’allocazione delle risorse.

Dell’offerta, dando spazio non solo a grandi eventi.

Delle proposte artistiche e culturali incentivando contaminazioni e sperimentazioni nei circoli tradizionali.

La trasversalità crea un senso di comunità diffusa perché favorisce le relazioni di vicinato e l’inclusione di tante conoscenze, anche quelle che vengono da lontano perché la cultura, quando è scambio e non consumo, diventa uno strumento di welfare, che mette in rete opportunità per la costruzione di relazioni positive.

La trasversalità permette poi di reinventare i luoghi, di cambiarne la destinazione d’uso e mette quindi le persone in condizione di fruire della cultura in situazioni inaspettate. Il sistema culturale deve diventare nomadico, uscire dalle sedi prestabilite e diffondersi capillarmente per aprirsi alla città e permettere ai cittadini di entrare.

Tra tradizione e contemporaneo tra eccellenze intersettoriali, dobbiamo progettare la trasversalità con al centro le scuole, come luogo pubblico per eccellenza.  In questa visione, oltre ai luoghi culturali (teatri, biblioteche, musei) dobbiamo includere anche altri luoghi come i consultori dove l’inclusione può avere una delle principali luoghi di accesso e i musei civici, strategicamente diffusi sul territorio come le biblioteche.

Dobbiamo pensare e ripensare ai “luoghi della cultura” come spazi di un nuovo “welfare”: le biblioteche di quartiere per esempio, perché non ricollocarle al centro delle esigenze specifiche espresse dal tessuto sociale di un determinato contesto urbano?

La cultura è anche al centro del processo di riuso degli spazi e di costruzione di percorsi culturali che attraversano la città. Per essere efficace questo processo deve essere realizzato con metodo aperto, con contaminazione e collaborazione in modo tale da stimolare il rispetto per il bene comune, sia da un punto di vista materiale che emozionale e di appartenenza alla collettività.

Gli spazi della cultura sono beni comuni e come tali dobbiamo pensarli e ripensarli all’interno della nostra città come luoghi per le nostre comunità.

Luoghi sono anche le periferie, che devono “diventare nuove centralità e rappresentare un’opportunità per allargare e differenziare l’offerta culturale della città metropolitana. Se in questi anni si è percepita un’attenzione al centro della città, i prossimi anni devono essere volti alla rigenerazione urbana con un percorso che parte dalle periferie, dando risposta alle esigenze di inclusione, sia culturale che generazionale, anche ribaltando l’ottica: dalla periferia al centro, creando e valorizzando nuove centralità.

Si è parlato di pubblici, al plurale, e non pubblico. I nuovi modelli di separazione lavoro/tempo libero e la possibilità di fruire di prodotti culturali attraverso una molteplicità di canali mai vista prima porta alla frammentazione della tradizionale pubblico di massa che si ricompone in una miriade di pubblici con esigenze e gusti diversi. Per questo è importante valorizzare progetti mirati e ridurre le barriere di accesso, ad esempio prolungando gli orari di apertura degli spazi pubblici o permettendo di fruire anche della “materia viva”, ossia delle prove, di alcune rappresentazioni e inventando nuove modalità di avvicinamento dei cittadini.

Per continuare a innovare in questo settore è necessario incentivare la trasversalità delle competenze e creare strumenti per l’analisi dei bisogni e l’impatto delle iniziative messe in campo. A questo proposito, l’Università di Bologna è sicuramente una risorsa e deve essere coinvolta nell’offrire competenze nei processi progettuali della città, attraverso i suoi docenti, ricercatori e dottorandi.

Vi è un enorme potenziale di Bologna, che può vantare un’elevato tasso di scolarizzazione infantile e una solida rete di nidi e scuole dell’infanzia, per iniziative di educazione ai linguaggi culturali e progetti di promozione culturale tramite la presenza di “ambasciatori”. Perché non dotarsi di un acceleratore sulle imprese culturali che dia supporto agli operatori anche su gestione e fundraising?

Dal punto di vista dell’amministrazione è necessario investire per capire i nuovi strumenti e metodi di valutazione dei progetti culturali, con criteri di analisi degli impatti per trovare strumenti per la semplificazione amministrativa superando l’archittettura della relazione con il privato “per settori”.

Torna infine la parola collaborazione, che è stato il filo conduttore durante ognuno dei tre workshop. Perché non attivare patti di collaborazione applicati ai luoghi/servizi culturali rafforzando la regia/visione promossa dall’amministrazione pubblica? Perché non dare un ruolo di coordinamento/accelerazione/attivazione alle principali istituzioni culturali nelle rispettive “filiere”?

Tutti gli esempi virtuosi di cui si è parlato ai tavoli durante gli incontri, sono appunto frutto di un modus operandi collaborativo in cui diversi soggetti coinvolti hanno messo a disposizione conoscenze, risorse e passione.

 

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